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Un gruppo di ricercatori, dell’Università ebraica di Gerusalemme e del Massachusetts General Hospital, ha studiato gli effetti della naringenina sugli epatociti. Il flavonoide, contenuto nel pompelmo, attiva una famiglia di recettori nucleari che a loro volta incrementano l’ossidazione degli acidi grassi e diminuiscono la produzione di acido biliare e colesterolo; inoltre aumenta la sensibilità all’insulina. Secondo la ricerca, pubblicata sulla rivista Public Library of Science (PLoS) One, la naringenina imita l’azione di farmaci come il fenofibrato, un ipolipemizzante e il rosiglitazone, un ipoglicemizzante. Se i risultati sull’uomo confermeranno quelli pubblicati, la naringenina potrebbe diventare un supplemento alimentare per la cura dell’iperlipidemia, del diabete di tipo 2 e forse della sindrome metabolica. «Il potenziale d’uso di un supplemento presente in natura è interessante» sottolineano i ricercatori «visto che questo sottoprodotto del pompelmo non è tossico, è economico e ha proprietà antinfiammatorie dimostrate».
(fonte: Dal sito Farmacista 33)
Quando ci si espone al sole si è molto preoccupati della salute della pelle e di come proteggerla adeguatamente. Dobbiamo dedicare la stessa attenzione alla salute degli occhi, che sotto il sole vengono trascurati e invecchiano con il rischio, nelle situazioni più gravi, di episodi di cataratta anche tra i più giovani.
Questi i temi posti al centro dell’attenzione dalla Commissione difesa vista, che nel suo annuale vademecum, ha ribadito l’importanza di proteggere gli occhi dai rischi di stagione.
L’occhio, è uno degli attori principali per relazionarci con il mondo esterno, ma oltre ad essere un organo essenziale è anche molto sensibile e, avvertono gli esperti, va quindi protetto. Il nemico principale soni i raggi UV: raggi invisibili che penetrano l’atmosfera e sono responsabili delle bruciature. Non a caso la nocività dei raggi UV è uno dei temi principali di sensibilizzazione dell’opinione pubblica da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Se non si dorme abbastanza si rischia di mangiare di più. L’indicazione arriva da uno studio apparso su American Journal of Clinical Nutrition, i cui risultati rafforzano precedenti evidenze secondo cui il sonno influisce sui meccanismi neurofisiologici che regolano il senso della fame e il bilancio energetico. La nuova indagine, in cui sono stati coinvolti 22 individui in buona salute (età media: 22 /- 3 anni; Bmi: 22,30 /- 1,83 kg/mq), ha previsto due sessioni della durata di 48 ore. Nel corso della prima notte di ciascuna sessione, i partecipanti hanno dormito per otto ore (da mezzanotte alle 8) oppure quattro ore (dalle 2 alle 6). Pane con burro e marmellata a colazione; buffet a pranzo e menu libero a cena sono, quindi, stati messi a disposizione dei partecipanti che hanno potuto consumarli senza alcuna restrizione. A questo punto sono stati misurati: attività fisica, senso di fame e di sazietà, desiderio di specifici alimenti e sensazione di sonnolenza. Rispetto a chi ha dormito otto ore, i soggetti con sole 4 ore di sonno hanno introdotto il 22% in più calorie, il giorno dopo la restrizione, e sono arrivati con più fame al momento della prima colazione e della cena. Sebbene la privazione di sonno abbia determinato un aumento dell’attività fisica, la differenza più marcata, rispetto a chi ha dormito di più, è stata riscontrata nella maggiore sensazione di sonnolenza. «Misurazioni del dispendio energetico a lungo termine, aiuteranno a chiarire se la mancanza di sonno può essere considerata un fattore di rischio dell’obesità» concludono gli autori.
(fonte: Am J Clin Nutr. 2010 Mar 31.)
Il consumo regolare di pesce, frutta a guscio, olio di oliva ed altri cibi contenenti acidi grassi omega-3, è associato ad una diminuzione del rischio di degenerazione maculare da invecchiamento. Sono in aumento le prove dei benefici derivanti dall’assunzione regolare con la dieta di pesce e PUFA sul rischio di questa patologia oculare, soprattutto nei soggetti con un basso rapporto omega-3/omega-6, ma finora le prove di un’associazione fra degenerazione maculare e grassi totali o altri tipi di lipidi, come gli acidi grassi saturi e monoinsaturi, non erano state costanti
(fonte: Arch Ophthalmol. 2009; 127: 656-65 e 674-80)
E’ stato effettuato uno studio per quantificare il carico di malattie cardiovascolari che è possibile prevenire tramite una più ampia aderenza alle raccomandazioni sull’assunzione con la dieta di nutrienti chiave quali:acidi grassi saturi e trans, frutta, verdura e pesce. In base a quanto rilevato, una più estesa aderenza alle raccomandazioni sull’apporto giornaliero di questi nutrienti potrebbe determinare una riduzione del 20-30% nel carico derivante dalle malattie cardiovascolari, nonché dare adito a un aumento di un anno nella speranza di vita dei soggetti di 40 anni di età. La contribuzione individuale di ciascuno dei nutrienti indicati preso singolarmente è massimale per il pesce, seguito da frutta, verdura e acidi grassi. Solo pesce e frutta comunque contribuiscono alla riduzione del rischio di ictus.
(fonte: Eur J Cardiovasc Prev Rehabil online 2009)
È noto che la nutrizione influenza il sistema immunitario, potendo pertanto modulare la resistenza alle infezioni. È stata valutata l’influenza di un concentrato alimentare fermentato contenente frutta, frutti a guscio e verdure ricche in polifenoli sul sistema immunitario di volontari sani. Ne sono derivati promettenti effetti fisiologici sulla regolazione del sistema immunitario innato e sui parametri antiossidanti ed antinfiammatori.
(fonte: Nutrition online 2009)
Fibre, menta piperita e farmaci antispasmodici sono efficaci nel trattamento della sindrome del colon irritabile. Tradizionalmente a questi pazienti si raccomandava di incrementare l’apporto quotidiano di fibre, dati i loro potenziali effetti benefici sul tempo di transito intestinale, ma quando questa strategia falliva si ricorreva a vari tipi di miorilassanti ed antispasmodici nel tentativo di alleviare i sintomi, ed in particolare dolore e gonfiore. Più di recente si è resa disponibile la menta piperita, di cui sono state dimostrate le proprietà antispasmodiche, ed è stata impiegata nel trattamento di questa patologia. In base a quanto riscontrato in letteratura, tutte queste strategie sono tutt’ora efficaci, ma con l’avvento di nuovi e più costosi farmaci vengono spesso dimenticate. Sono necessari ulteriori ampi studi sull’impiego di questi tre agenti nei pazienti con colon irritabile, ma nel frattempo le linee guida sulla gestione della malattia dovrebbero essere modificate tenendo conto di questi dati. Non bisogna comunque dimenticare di tenere conto dei fattori fisici, psicologici e sociali del singolo paziente onde pianificare un approccio integrato e personalizzato al trattamento.
(fonte: BMJ online pubblicato il 14/11/2008)